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Giorgio Faletti nasce ad Asti il 25 novembre 1950. Cresce in Piemonte, ma come molti artisti sente presto che la vita “normale” — studio, studio di legge — non sarebbe bastata a contenerne la creatività. Dopo la laurea in Giurisprudenza, invece di intraprendere la carriera forense, prende una strada diversa: quella del palco, del racconto, dell’ironia.
Nel corso degli anni Settanta approda al celebre club milanese Derby Club — terreno fertile per il cabaret e le sperimentazioni comiche — dove incontra altri giovani comici destinati a lasciare un segno nel panorama italiano. È qui che inizia a costruire il suo stile: pungente, a volte grottesco, ironico, spesso sorprendente.
Il primo grande salto arriva con la televisione. Nei primi anni Ottanta Faletti comincia a spuntare su schermi e palcoscenici più ampi, ma è con il programma cult Drive In, a metà anni Ottanta, che ottiene il vero successo di massa.
Nel ruolo di cabarettista-attore, con personaggi come Vito Catozzo, Suor Daliso e tanti altri, conquista l’attenzione del pubblico con sketches surreali, gag dissacranti, battute fulminee. Era un tipo di comicità diversa: rapida, moderna, spesso tagliente, fuori dai cliché televisivi rigidi dell’epoca.
Questi anni legheranno per sempre Faletti all’immagine del “tragicomico”: capace di far ridere ma anche di suggerire, insinuare, smuovere.
Faletti non si accontenta del ruolo di comico televisivo. Alla fine degli anni ’80 e all’inizio dei ’90, prova la strada della musica. Nel 1992 partecipa al Festival di Sanremo, esperienza che anticipa il suo exploit due anni dopo.
Nel 1994 porta in gara Signor tenente: la canzone riscuote grande successo di pubblico e critica, ottenendo il secondo posto e il premio della critica. Con questo brano, Faletti dimostra che la sua sensibilità artistica non si limita a far ridere: sa raccontare, emozionare, criticare.
Ma anche come cantautore non si ferma: scrive e compone testi per altri interpreti, e non si lascia etichettare in modo univoco.
Negli anni Duemila, Giorgio Faletti sorprende tutti con un cambio di rotta radicale. Nel 2002 pubblica il romanzo Io uccido: un thriller che diventa un bestseller immediato. Milioni di copie vendute, traduzioni all’estero, tradotto in decine di lingue: Faletti si consacra come scrittore di romanzi noir.
Il successo letterario non si arresta: seguono altri romanzi come Niente di vero tranne gli occhi, Io sono Dio, Tre atti e due tempi, oltre a raccolte di racconti come Pochi inutili nascondigli.
Questa trasformazione — da intrattenitore, comico o cantante, a autore di thriller, a penna inquieta e poliedrica — rappresenta forse l’aspetto più affascinante della sua vita artistica: la capacità di reinventarsi, di sorprendere se stesso e il pubblico, di esplorare mondi diversi mantenendo un’identità coerente.
Parallelamente all’attività letteraria, Faletti non abbandona il cinema. Interpreta ruoli in film come Notte prima degli esami — che gli valgono consensi e riconoscimenti — e continua a muoversi tra teatro, set e produzione.
Questa dimensione attoriale, unita alla sua esperienza da cabarettista e cantante, contribuisce a costruire un profilo sfaccettato: Faletti non è “solo uno di quei generi”, ma un artista totale, in continua evoluzione.
Faletti era uomo di intenso riserbo, ma il filo della sua vita privata — discreta ma presente — emerge spesso nei ricordi e nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto. A fianco a lui, fino all’ultimo, c’era Roberta Bellesini, sua moglie dal 2002. La loro storia — raccontata di recente da Roberta — è fatta di amore, complicità, cura.
Purtroppo, la vita di Faletti si spegne prematuramente: il 4 luglio 2014, a Torino, a 63 anni, dopo una lunga malattia. La notizia della sua scomparsa scuote il mondo dell’arte italiana: un talento unico, un uomo di mille vite, ci lascia.
Le sue ultime parole pubbliche — “a volte l’età è nemica della gioia” — risuonano come un addio triste ma dignitoso, un testamento di sensibilità e umanità.
A più di un decennio dalla sua scomparsa, l’eredità di Giorgio Faletti continua a vivere e ad essere riscoperta. Il suo sito ufficiale segnala ancora — anche nel 2025 — attività legate ai suoi testi, come la tournée dello spettacolo L’ultimo giorno di sole, tratto da un testo che Faletti aveva immaginato prima di morire: drammatico, visionario, attuale.
Nel 2025 viene pubblicata Io dico — una raccolta di citazioni tratte da romanzi, interviste, testi e canzoni di Faletti, curata dalla vedova Roberta Bellesini e da Chiara Buratti. Un modo per restituire la sua voce, le sue riflessioni e il suo spirito “goloso della vita” a nuove generazioni. ive mostrano che Faletti non è dimenticato: la sua produzione, la sua poliedricità, il suo modo di raccontare l’Italia (o l’animo) attraverso risate, tensione, ironia, parole e melodie, continuano a ispirare.
Comico cabarettista: dal Derby di Milano a Drive In.
Cantautore e cantante: Festival di Sanremo e non solo.
Attore: cinema, televisione, teatro.
Scrittore di thriller e romanzi noir: da “Io uccido” in poi, bestseller internazionali. Autore di racconti, sceneggiatore, autore di testi, musicista, poliedrico.
Uomo di sensibilità, coraggio e umanità, capace di reinventarsi e di lavorare con passione per decenni.
Questa ibridazione di ruoli e talenti — spesso vista come rischio — è invece la vera ricchezza di Faletti: la sua vita è stata un esperimento permanente, una sfida contro la staticità, un manifesto dell’arte come libertà di essere molte cose, senza perdere coerenza.
In tempi in cui l’arte talvolta si specializza, si nicchia, si commissaria, la figura di Giorgio Faletti resta un esempio: un artista che non si limita a una forma, ma ne abbraccia molte. Che non si piega a uno schema, ma preferisce il viaggio. Che non decide per il pronto successo, ma per la costanza, per la curiosità, per l’audacia.
Oggi i suoi romanzi — tradotti, letti all’estero, in ristampa — parlano ancora: di passioni, di misteri, di fragilità. I suoi spettacoli, le sue canzoni, i suoi testi evocano memoria, allegria, ironia. Le sue parole scritte o pronunciate restano perché toccano qualcosa di universale: la paura, l’amore, la verità, la voglia di ridere anche quando c’è dolore.
Giorgio Faletti ha vissuto mille vite — alcune visibili, altre nascoste — e le ha attraversate con dignità, talento, determinazione. E ci ha lasciato in eredità non un’icona statica, ma una galassia viva: fatta di pagine, risate, melodie, ombre, luci e soprattutto umanità.

Un killer annuncia i suoi omicidi con telefonate a Radio Monte Carlo. Frank Ottobre e Nicolas Hulot indagano su una serie di delitti enigmatici che sconvolgono il Principato di Monaco

Jordan Marsalis e Maureen Martini indagano tra Roma e New York su un killer che dispone le vittime come i Peanuts. Indizi enigmatici li conducono a una verità scioccante e personale.

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Sette racconti esplorano il lato oscuro dell’animo umano: personaggi comuni affrontano l’ignoto, scoprendo paure, metamorfosi e verità inquietanti che trasformano l’incomprensibile in orrore e li rendono vittime o carnefici.

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Silver, antieroe disilluso della provincia, racconta una vita tra corruzione calcistica, mancanza di futuro e sentimenti fragili. In un thriller teso e umano, scopre verità dolorose e responsabilità personali.

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Nella caotica vita familiare e tra disastri quotidiani, Vito Catozzo affronta il mondo con ironia e ostinazione. Vigilante ruvido e ingenuo, trova rifugio nel divano, nella tv e nel suo indomabile spirito.
Faletti dovette insistere per settimane prima che l’orchestra accettasse di suonare il pezzo: lo consideravano “troppo lungo, troppo serio, troppo rischioso”. Diventò uno dei brani più iconici del festival.
Negli anni Settanta e Ottanta Faletti corse rally e gare su pista a livello professionale. Possedeva una collezione di auto sportive e definiva la velocità “la mia valvola di sfogo più onesta”.
Il romanzo era già quasi completo quando Faletti faceva ancora il comico in TV, ma nessuno voleva pubblicarlo: “Un comico non può scrivere thriller”, dicevano gli editori.
Perché arrivava sempre puntuale, preciso, con gli sketch preparati “al millimetro”. Gli altri comici lo prendevano in giro… finché non arrivò Drive In e Faletti li superò tutti.
Oltre ai brani interpretati da lui, Faletti ha scritto testi e musiche anche per Mina, Milva, Fiordaliso e altri interpreti che all’epoca non rivelarono il suo nome.
L’emittente radiofonica del killer, la figura del DJ e alcune ambientazioni derivano da esperienze realmente vissute da Faletti in gioventù, anche se lui lo ha sempre negato “per non rovinare il gioco ai lettori”.
Ne aveva centinaia: dai modelli antichi alle matite di hotel, aeroporti, musei. Diceva: “Se ho una matita in mano, qualcosa nasce”.
Era stato contattato per interpretare un ruolo di primo piano in un thriller italiano, ma rifiutò perché stava lavorando alla revisione di Niente di vero tranne gli occhi. Disse: “O scrivo, o recito. Quando mescolo, non sono bravo in nessuna delle due cose.”
Non era un fanatico, ma acquistò manuali di balistica, criminologia e investigazione per rendere realistici i suoi romanzi. Molti poliziotti gli fecero i complimenti: “Sembra scritto da uno di noi”.
Fin da ragazzino, Faletti sognava di diventare fumettista. Molte sue caricature erano appese negli studi di Drive In. Alcune sono state conservate da colleghi e amici.
Il suo monologo commovente nacque con una grande libertà d’interpretazione: Faletti cambiò buona parte del testo sul momento, aggiungendo elementi autobiografici.
Guardava raramente le repliche di Drive In e dichiarò più volte: “Non riesco ad accettare il risultato. Io vedo solo i difetti e le cose che avrei potuto fare meglio.”
Teneva sulla scrivania pupazzi, giocattoli vintage e statuette. Diceva che lo aiutavano a mantenere “la leggerezza nella stanza e la tensione sulla pagina”.
Nonostante la fama mondiale come scrittore, Faletti non lasciò mai davvero la sua città. Tornava spesso, manteneva forti legami e si definiva “un astigiano in trasferta temporanea”.
Colleghi, tecnici, macchinisti, librai e giovani scrittori ricordano lo stesso tratto: Faletti si fermava sempre a parlare, anche quando aveva fretta. Non si negava mai, non metteva distanza, e questo lo rese amatissimo dietro le quinte.